Cancel culture: si parla davvero di censura?

Nel 2019 il dizionario australiano Macquarie ha eletto cancel culture parola dell’anno, ma esattamente cosa sta ad indicare?

Dall’inglese si traduce come cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio. Viene usata tendenzialmente per indicare una forma moderna di ostracismo. Una pratica, quindi, che consiste nello smettere di supportare una determinata persona a seguito di suoi comportamenti ritenuti offensivi.

Le origini del termine

Al contrario di quanto si possa pensare, la cancel culture non è l’invenzione di una tendenza contemporanea.

La storia della cancel culture risale all’antichità.

Nell’antica Grecia era comune l’istituzione giuridica ateniese dell’ostracismo. Cocci di terracotta, detti òstraka, venivano utilizzati per votare dall’assemblea popolare sulla condanna all’esilio contro cittadini giudicati pericolosi. Queste persone a volte non erano puramente criminali, ma avevano soltanto idee diverse da quelle ritenute accettabili.

Così come nell’antica Roma, in cui tramite la damnatio memoriae veniva applicta la cosiddetta cultura della cancellazione, arrivando addirittura ad eliminare ogni testimonianza dell’esistenza di un individuo nella società. Nel tempo il concetto si è evoluto, fino ad arrivare ad oggi.

Negli ultimi anni il termine cancel culture è esploso dopo che il caso Harvey Weinstein è stato al centro del dibattito nel 2017.

Harvey Weinstein è il produttore cinematografico accusato e condannato per una lunga lista di molestie sessuali nell’ambiente cinematografico di Hollywood. La vicenda ha portato alla nascita del MeToo, il movimento femminista contro le molestie e la violenza sulle donne.

Cancel culture tra statue, TikTok e storie per bambini

La “cultura della cancellazione” con il tempo si è diffusa anche in altre aree, coinvolgendo personaggi storici, presi di mira per atteggiamenti passati.

Ed ecco che statue e monumenti sono stati rimossi, vandalizzati o distrutti, come a voler ri-scrivere una nuova versione della Storia.

Tuttavia, la questione non si è fermata qui e le polemiche sono approdate anche sulle piattaforme digitali, come TikTok, dove è sufficiente pronunciare determinate parole per essere bannati. Un esempio? La n-word, utilizzata dai colonizzatori americani per chiamare gli schiavi africani. Il termine ha poi assunto un tono dispregiativo, fino a diventare un vero e proprio insulto razzista.

Non si è salvata neanche la casa di produzione cinematografica Disney, che è stata oggetto di tentativi di cancellazione, a seguito di critiche mosse verso alcuni dei loro film per bambini più famosi. Questi film sono stati ritenuti offensivi perché, secondo i detrattori, nelle loro storie trasmetterebbero degli stereotipi di genere.

Ad esempio, la pellicola del 1937 Biancaneve e i sette nani è stata al centro dell’attenzione per un bacio considerato “di troppo”: secondo le critiche, infatti, il principe avrebbe dato dimostrazione del suo amore per Biancaneve, senza riceverne il consenso, in quanto addormentata.

Bacio Biancaneve
Fonte: La Repubblica

Di risposta, Disney, ha comunque deciso di non rimuovere i film considerati offensivi, ma ha inserito semplicemente delle avvertenze iniziali:

“Questi stereotipi erano sbagliati allora e sono sbagliati oggi. Piuttosto che rimuovere i contenuti, vogliamo riconoscerne l’impatto dannoso, imparare da essi e avviare una conversazione per creare insieme un futuro più inclusivo”.

Il caso Roald Dahl

L’autore britannico Roald Dahl (1916 – 1990) è noto per aver scritto nella seconda metà del Novecento romanzi per ragazzi entrati nell’immaginario collettivo: è alla sua penna che si devono testi come Le streghe,  Il GGG e La fabbrica di cioccolato.

Il suo stile creativo ha riscosso molto successo negli anni, grazie ai suoi racconti ricchi di fantasia e leggerezza e per questo amati dai bambini.

Libri Roald Dahl

Nell’ultimo anno, però, la memoria dell’autore si è ritrovata al centro di non poche polemiche, tutte incentrate sulla scelta di alcune parole utilizzate nei suoi racconti e ritenute tutt’altro che politically correct.

Al bando, dunque, tutte le parole non inclusive. Il Telegraph ha confrontato le nuove edizioni con le pubblicazioni precedenti, contando centinaia di modifiche, dalla cancellazione di un termine alla revisione di descrizioni fisiche, oltre che cambiamenti sostanziali. Come quello imposto a Matilde, protagonista del romanzo omonimo, la quale ad esempio, non legge più Rudyard Kipling, scrittore rappresentativo dalla mentalità colonialista ottocentesca, ma Jane Austen.

A sollevare la polemica sono state dunque le scelte effettuate dalla Roald Dahl Story Company, che gestisce i diritti dei romanzi dello scrittore, in collaborazione con la casa editrice Puffin: ed ecco quindi che l’“enormemente grasso” Augustus Gloop, de La Fabbrica di cioccolato è ora semplicemente “enorme”.

Tutti gli adattamenti dei testi sono stati giustificati come: “piccole modifiche, attentamente ponderate, per garantire che i libri di Dahl possano continuare ad essere apprezzati da tutti oggi“.

L’editore, quindi, assicura di aver mantenuto lo spirito peculiare dell’autore, apponendo qualche modifica al linguaggio, in quanto scritto tanti anni fa.

Chi conosce bene l’opera dell’autore sa che non avrebbe apprezzato tali scelte, In una conversazione privata con l’amico Francis Bacon del 1982, pubblicata postuma sull’Observer, afferma:

“Ho avvertito i miei editori che se cambieranno anche solo una virgola in uno dei miei libri, non vedranno mai più una mia parola. Mai! Mai!”.

Cancel culture o censura?

Le critiche, in opposizione a questa tendenza di “cancellazione” non sono di certo mancate. Nel caso Dahl non sono bastate le giustificazioni della casa editrice, che si è mossa nella modifica dei testi per rispettare la sensibilità dei nuovi lettori.

In molti si sono chiesti allora se fosse giusto accettare la Storia, con i suoi comportamenti discutibili e le sue parole offensive, purché contestualizzate al momento, o se fosse meglio rimuovere ciò che è stato e renderlo in linea con le idee odierne.

C’è chi sostiene che la cancel culture miri a eliminare le tracce di un passato caratterizzato da valori e ideali anacronistici per i nostri tempi, parlando quindi di vera e propria censura.

Nel luglio 2020 è stata pubblicata sulla rivista americana Harper’s “A letter on justice and open debate” una lettera “sulla giustizia e sul dibattito aperto” con oltre 150 firme tra scrittori, autori, giornalisti e intellettuali, uniti a difesa della libertà di parola e contrari all’evolversi della cancel culture.

Nella lettera si legge:

“Il libero scambio di informazioni e di idee, linfa vitale di una società liberale sta diventando ogni giorno più limitato […] la censura si sta diffondendo in modo più ampio nella nostra cultura. […] Come scrittori abbiamo bisogno di una cultura che ci lasci spazio per la sperimentazione, l’assunzione di rischi e persino per gli errori”.

Con i social media, la cancel culture si è presa sempre più campo e ha invaso diverse aree, divenendo così difficile da prevenire e gestire.

Ad esempio, nel 2018 l’attore comico Kevin Hart ha rinunciato a condurre gli Oscar in seguito alle proteste dovute ad alcuni tweet omofobi pubblicati nel 2009.

Come cambia la comunicazione

Personaggi pubblici, figure storiche e anche brand, nessuno è esente da essere “cancellato”.

È stato dimostrato come il processo di “annullamento” colpisca principalmente i Personal Brand, ma tali attacchi possono avere conseguenze anche sulle aziende.

Nel 2021 la società di PR Porter Novelli ha pubblicato “Business of Cancel Culture”, uno studio focalizzato sulla cultura della cancellazione che dimostra come, con l’avvento in particolare dei social media, l’opinione di “uno” possa diventare quella di tutti. Le piattaforme digitali hanno trasformato la ricezione della cultura, permettendo alle storie di crescere e alle opinioni di diventare trend.

boycott-brand
Fonte: Statista

In definitiva, lo scopo della cancel culture è quello di esortare le aziende a prendersi le proprie responsabilità.

La responsabilità è soprattutto di comunicazione: mettere in atto parole e comportamenti maggiormente “in linea” con la cultura attuale.

Tali movimenti anti-branding prendono corpo, quasi sempre, dalle brand community sulle varie piattaforme social. In conclusione, è fondamentale per ogni azienda tener conto delle tendenze in corso, in modo da allineare al meglio la propria comunicazione.

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